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Crisi dei governi nati
dalle “rivoluzioni colorate”
24 luglio 2006


rivoluzione arancione ucraina

Il corso dei recenti avvenimenti politici in Georgia e Ucraina evidenzia un chiaro problema di tenuta dei governi che, usciti vittoriosi dalle “rivoluzioni colorate”, hanno segnato il culmine della crisi dell’influenza russa nello spazio geopolitico ex-URSS. Nonostante l’uscita di scena dei precedenti “regimi”, molti dei problemi di governabilità interna sia a Tiblisi che a Kiev sono rimasti irrisolti e, di conseguenza, l’obiettivo di condurre i rispettivi Paesi fuori dall’orbita russa risulta meno a portata di mano che mai.
Non giova neppure, in termini di supporto politico a questi due Paesi, che sia gli USA che buona parte degli europei subendo, nei fatti, il ritorno di Mosca tra i Paesi protagonisti della scena politica internazionale, siano poco disposti a mettere in discussione la capacità di intervento di quest’ultima sul suo “estero vicino”. A Kiev si è addirittura al capovolgimento di fronte politico.
Suscita una certa impressione, infatti, vedere Viktor Yanukovich, candidato presidente, eletto nel 2004 grazie all’appoggio di Mosca e ai brogli elettorali e poi esautorato dalla ripetizione delle consultazioni elettorali, ora nella veste di primo ministro incaricato per la formazione del nuovo governo. Da marzo la vita politica ed economica ucraina vive una preoccupante fase di stallo che dovrebbe risolversi, in almeno uno dei suoi aspetti formali, martedì 25 luglio. A questa data, infatti, sarà chiaro se Yanukovich risucirà a formare un governo o se, constatata la sua impossibilità a farlo, il presidente Viktor Yushenko, il cui partito “Nostra Ucraina” pochi giorni fa ha scelto di schierarsi all’opposizione piuttosto che accettare un accordo con il “Partito delle Regioni”, sceglierà di richiamare gli elettori alle urne. Se Yanuokovich, rappresentante dell’est filo russo del Paese, dovesse confermarsi capo del nuovo governo, si assisterebbe, secondo gli esperti, a un sostanziale blocco delle inizative politiche volte a portare il Paese nella Nato e ad avvicinarlo all’Unione Europea.
Anche in Georgia molto è cambiato, da almeno un anno a questa parte, per quanto riguarda il supporto popolare alle politiche del presidente Mikail Saakshvili, insediatosi alla fine del 2003. Secondo un sondaggio condotto nell’aprile scorso e commissionato da un ente statunitense, il 51% della popolazione non condivide le scelte politiche del presidente e la sua popolarità è crollata al 30% dal 65% registrato nel 2005. Secondo gli analisti sono state troppe le promesse non mantenute e, del resto, troppo ambizioso il disegno di rapido distacco del Paese dai legami con Mosca, poco mediato nei confronti degli strati della popolazione più disagiata, la stessa che ora gli rimprovera, per ironia della sorte, l’embargo russo sul vino e sull’acqua minerale georgiana, due prodotti che compongono un’importante quota dell’export verso la Russia. Esponenti politici e opinionisti georgiani, che avevano resisitito a iscriversi nelle file dei critici del nuovo governo quando questo è stato costretto a varare scelte di politica economica impopolari, si sono via, via fatti sempre più apertamente critici.
Sullo sfondo di questa situazione politica, da una parte ci sono quelli che, pur restando fedeli agli ideali della “rivoluzione delle rose”, dicono che comunque si possono avere leader diversi dall’attuale presidente, dall’altra quelli che pensano che bisogna comunque dichiarare fallito “l’esperimento”.
Questi ultimi, orientati in senso favorevole a Mosca, stanno uscendo, ultimamente, allo scoperto ed è sempre più frequente assistere in Georgia a incontri politici organizzati dal’ex capo dei servizi di sicurezza georgiani, Igor Giorgadze, che mostra aspirazioni di governo ed è ultimamente arrivato a minacciare apertamente l’organizzazione di una contro-rivoluzione.

GM




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